Ultimamente inizio la mia meditazione cercando momenti di non meditazione. Semplicemente siedo in silenzio e chiudo gli occhi senza un piano, senza un’agenda, senza neanche un’intenzione da coltivare, senza un preciso oggetto di attenzione.
Semplicemente sedere
Nella tradizione zen di parla di shikantaza, solitamente tradotto come “semplicemente seduti”. Questo va oltre la postura fisica dello stare seduti, ma si riferisce alla semplice pratica dell’essere qui, essere presenti a tutto quello che accade. Tante volte la sola idea di sederci a meditare, ci porta più o meno volontariamente all’aspettativa che qualcosa debba accadere. Chiaramente non è così. Questo ancora di più quando siamo abituati a meditare seguendo una traccia audio. Come ho scritto altre volte va benissimo utilizzare una traccia se ricordiamo che le tracce sono soltanto un invito. Diventano un limite quando crediamo di non poter meditare senza traccia e allora piuttosto che essere un invito diventano una stampella.
Soprattutto la traccia spesso non ci permette di abitare quel prezioso (e a tratti spaventoso) spazio del silenzio da cui nasce la nostra voce, la nostra saggezza, il nostro maestro interiore.
Come scriveva il filosofo francese Pascal “Gran parte dell’infelicità dell’essere umano deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una stanza”. Questa potrebbe in alcuni casi essere l’unica indicazione: sedere in silenzio, portare l’attenzione all’interno, chiudere gli occhi o abbassare lo sguardo, ammorbidire qualsiasi tensione nel corpo, e poi non fare nulla. Assolutamente nulla. Restare in ascolto dello spazio dentro di noi. Se non ci sembra di riconoscerlo allora forse vuol dire che dobbiamo visitarlo più spesso.
Costruire la nostra pratica partendo dalla gioia
Un altro aspetto che sostiene la mia pratica è provare a costruire la pratica partendo dalla gioia, o comunque partendo da ciò che riconosciamo come piacevole, confortevole. Quante volte invece nel prendere posto iniziamo a sistemare la postura, combattere con mal di schiena, con le ginocchia doloranti, con la mente intrusiva e suoni che classifichiamo come rumori? Per qualcuno l’intera meditazione diventa una sorta di caccia alle streghe. Così facendo la pratica può essere estremamente faticosa. Ultimamente provo a prendere posto e notare una sensazione piacevole: può essere la seduta particolarmente comoda, l’agio del tenere gli occhi chiusi, il conforto delle mani raccolte, la carezza della sciarpa sulle spalle. Allora porto attenzione a quella sensazione. In alcuni casi cerco di portare il respiro in quella sensazione. Da quel punto comincio a costruire il resto della pratica.
Tante volte la piacevolezza arriva da una sensazione di pace, da una percepita serenità. Allora provo a osservare dove questa tranquillità è riconoscibile nel corpo. Porto lì il mio respiro e lascio che questa piacevolezza si espanda in modo naturale.
Questi due aspetti della meditazione mi portano a pensare a Dogen, un importante maestro della tradizione zen che invitava a meditare non per arrivare da qualche parte. Piuttosto essere come un bambino: naturalmente gioioso, naturalmente consapevole.
Mi viene in mente una storia della tradizione buddhista che racconta di quando Siddharta Gautama prima di diventare il Buddha, il risvegliato, stremato dalla fatica di pratiche ascetiche di rinuncia, ricorda un episodio vissuto da bambino. Un giorno sedendo all’ombra di un albero percepì un momento di chiara gioia arrivato durante un momento di raccoglimento. Non stava meditando, ma era semplicemente raccolto in se stesso. Quel momento di pace sublime gli ha offerto l’intuizione che il sentiero per il risveglio non deve essere un sentiero centrato sulla sofferenza. Chissà se possiamo ricordare un momento da bambini in cui abbiamo fatto esperienza di una semplice pace.
Dunque semplicemente:
- Semplicemente sedere in meditazione, senza la pretesa di stare meditando e restare in ascolto finché piano piano ritroviamo la nostra voce;
- Riconoscere ogni piccolo segnale di pace, e come fosse un centro di energia fare crescere la nostra pratica partendo da quel punto.