Nei primi anni che insegnavo programmi di mindfulness, ricordo di avere partecipato a una conferenza per insegnanti in America in cui venivamo scoraggiati a parlare di spiritualità nei gruppi. Ci veniva rammentato che le persone sono lì per gestire lo stress, per trasformare un momento difficile, per comprendere una sofferenza. Effettivamente la parola spiritualità per molti evoca luoghi ed esperienze non ben definite. A volte crediamo che la dimensione spirituale sia un affare privato e per questo finiamo per non esplorarlo affatto, come se “dentro di noi sappiamo quello che sappiamo”. Ma è veramente così? Sto scoprendo che provare a identificare e raccontare la propria dimensione spirituale è un esercizio che solleva non poche domande. Ed è giusto così.
Dopo diversi anni, tanti gruppi e tante storie, non posso che osservare che quello che ci porta ancora e ancora a prendere posto sul cuscino di meditazione include una dimensione spirituale. Che ci piaccia oppure no. Tutti i praticanti stanno provando a rispondere a quei versi potenti di Mary Oliver che recitano “Dimmi che cosa pensi di fare di questa tua unica vita selvaggia e preziosa?”.
Riflettere sulla propria spiritualità
Una delle ragioni per cui probabilmente non si parla tanto di spirituaità all’interno dei gruppi di mindfulness, è per la confusione che questa parola evoca spesso sovrapponendosi alla dimensione religiosa. Per molti infatti la spiriualità coincide e si sovrappone con la fede. Nella fede molti cercano la connessione con il trascendente; sentono di appartenere a qualcosa di più grande che offre protezione. La religione può offrire una direzione, risponde a quel bisogno diffuso di appartenenza, aiuta le persone a capire da dove vengono e dove vanno. Eppure non sempre riesce a rispondere a tutti i nostri bisogni, e comunque se non viene coltivata ed esplorata, viene messa in discussione nei momenti in cui la vita ci mette alla prova con le sfide più grandi. A volte succede che quando iniziamo ad avere dei dubbi sulla dimensione religiosa finiamo per dubitare anche della dimensione spirituale.
Ma la dimensione spirituale prescinde da qualsiasi fede. Riflettere sulla propria spiritualità vuol dire riflettere sui nostri valori fondanti, sulla nostra identità, sulle nostre scelte esistenziali. Mi viene da dire quindi che facciamo scelte di natura spirituale molto più spesso di quanto non crediamo. Lo facciamo nel modo in cui scegliamo di vivere in relazione con altre persone, con la natura, con il mondo, nei tanti rituali di cui riempiamo le nostre giornate, nei tanti altari che costruiamo, nel modo in cui educhiamo i nostri figli. La riflessione spirituale allora offre un’opportunità di:
- Riconoscere i nostri valori e sviluppare una visione della vita coerente con questi valori
- identificare ciò che riconosciamo come sacro nel mondo e fare in modo di includerlo più possibile nelle nostre giornate in modo da riempirle di significato.
Riflettere sulla propria spiritualità vuole dire domandarsi come questo spazio si è andato creando. Quali risorse hanno contribuito a formare questo spazio attraverso storie, incontri, canzoni, rituali, simboli, testi, poesie e tanto altro. Prenderci questo tempo ci permette di riconoscere e accogliere più facilmente le domande dei bambini che stanno investigando in modo inconsapevole quello spazio.
Coltivare la spiritualità da bambini
I bambini infatti si avvicinano in modo naturale alla dimensione spirituale. In tutti i perché dei bambini si nasconde un desiderio profondo di comprendere e avvicinarsi a un senso più ampio. Come dice Silvia Vecchini “I bambini non fanno domande solo per chiacchierare e instaurare una relazione affettiva con gli adulti, ma per capire. Fanno domande da scienziato (perché l’acqua è bagnata? Come fanno i pesci a respirare nell’acqua? Perché i miei cracker non parlano?); fanno domande da filosofo, fanno domande da sociologo, da psicologo, o da economista. (…) I bambini sono fatti così: sperimentano il loro mondo in lungo e in largo, senza tralasciare nulla, e anche ciò che non si vede, la dimensione ineffabile che comunemente viene definita trascendenza, fa parte dei loro pensieri”. Questa ricerca di un senso più ampio si esprime anche attraverso il pensiero magico che diventa un modo per dare spazio a qualcosa che altrimenti sarebbe difficile da comprendere. Allora la dimensione spirituale (e quella religiosa) si connota nel bambino anche attraverso l’elemento magico e nel tempo, nella comprensione che non c’è sempre una risposta ad ogni domanda. Dedicare tempo a questo spazio, permetterà di creare risorse importanti per la consapevolezza, la ricerca di identità, la capacità di relazione dell’adolescente davanti alle domande esistenziali più importanti.
Quando ci ricordiamo della spiritualità?
Da qualche mese frequento un corso per assistenti spirituali dedicati a chi attraversa nel fine vita, in ospedale e in carcere. Una delle prime domande che mi sono fatta è perchè riservare ai momenti più difficili della nostra vita un’esplorazione così importante? Perchè non dedicare regolarmente uno spazio di esplorazione non solo per equipaggiarci per i tempi più difficili, ma anche per riempire di significato le nostre vite. In un certo senso, chi sceglie di dedicarsi alla meditazione sceglie di includere nella propria giornata quella pausa sacra di silenzio e investigazione che offre spazio alle domande esistenziali importanti. Soprattutto riempie di significato i piccoli gesti quotidiani riconoscendoli come preziose tracce del nostro passaggio. Mentre lo fa, percorre un sentiero e lascia tracce che altri possono raccogliere.
Spiritualità diffusa
Volendo esagerare, nell’abbracciare la spiritualità nella nostra quotidianità potremmo finire per riconoscerla un po’ dappertutto. Nella tradizione giapponese si parla dei Cami, gli otto milioni di divinità nel Pantheon giapponese che derivano dalla tradizione shintoista che crede che ogni cosa è abitata dal sacro e proprio per questo ogni cosa è degna di cura: la casa, le strade, la persona. La cura diventa un modo per riconoscere e onorare la preziosità e la dimensione protettiva intorno a noi. Scrive a questo proposito Laura Imai Messina: “Si apprende la possibilità di una sacralità non invasiva, si impara ad avvertire lo spirito insito in ogni cosa. Sono interruttori per lo sguardo ed è rassicurante l’idea che tutto sia abitato dal divino, che nello sconosciuto che incrociamo per la strada, nello striminzito alberello sotto casa, nel ciottolo che facciamo rimbalzare sulla superficie di uno stagno, vi sia qualcosa di intangibile e inviolabile, qualcosa di sacro”.
Ho scritto in passato dell’importanza di osservare intorno a noi i numerosi altari che più o meno consapevolmente costruiamo, e che raccontano dove riponiamo le nostre speranze, dove cerchiamo protezione. La spiritualità, piuttosto che essere delegata a qualcosa di cui prenderci cura solo nei momenti difficili della vita, andrebbe intessuta nel nostro quotidiano, non come una credenza invasiva ma come qualcosa che sostiene il nostro spirito e che possiamo quindi interpellare nella ricerca di senso, di protezione.
Una poesia di Franco Arminio recita: “Prendi un angolo del tuo paese | e fallo sacro, | vai a fargli visita prima di partire | e quanto torni”. In qualche modo racconta come questa spiritualità sia anche legata a luoghi che possono essere riconosciuti e diventare un rifugio.
Sempre Laura Imai Messina scrive: “La presenza dei Cami distende, rasserena, rassicura sul fatto che agli angoli delle strade, in certi punti dedicati della casa, risiede una benevole protezione. Qualcosa che vale aldilà del credo, che si appella piuttosto alla fiducia nel fatto che si sta una qualche grandiosa entità di cui siamo parte”.
Mentre ci avviamo alla fine di questo blog post, possiamo riflettere su:
- cosa evoca per noi la parola spiritualità? Non occorre avere risposte chiare, piuttosto, come i bambini farci domande
- Cosa ha contribuito a dare forma alla nostra dimensione spirituale?
- Quali valori riconosciamo come sacri?
- Come la meditazione contribuisce o può contribuire a coltivare la nostra spiritualità?
E se scopriamo una certa resistenza con questo tema, forse è proprio questa resistenza che possiamo esplorare e incontrare con curiosità e gentilezza